Neverending War

23.06.2018 10:00 di Dimitri Conti  articolo letto 286 volte
Neverending War

Ieri sera, con tutta evidenza, si è andati semplicemente oltre lo sport. Le avvisaglie, purtroppo, c'erano: nelle ore antecedenti a Serbia-Svizzera, partita peraltro ulteriormente innervosita dal peso specifico della posta in palio, la tensione a proposito dei tanti calciatori nella rosa elvetica particolarmente coinvolti dalla partita in quanto nati da famiglie albanesi e kosovare si poteva toccare con mano. Questa poi è stata anche accentuata dagli scarpini pro-Kosovo di Shaqiri. E in campo questo sentimento ci ha messo poco a detonare: giusto il tempo per la selezione guidata da Petkovic, di chiare origini bosniache - tutto si tocca, direbbe qualcuno ed è solo l'inizio - di avviare la rimonta che avrebbe portato a mettere sotto la Serbia.

Per un gioco del destino questo compito non poteva che toccare a Granit Xhaka, nato in Svizzera da famiglia kosovara, e a Xherdan Shaqiri, nato invece proprio in Kosovo. Assieme a Dzemaili e Behrami i quattro esponenti della frangia filo-albanese, per chiari motivi di natalità, all'interno della Nazionale svizzera. Il primo ha buttato giù la porta di Stojkovic con una cannonata, il secondo si è limitato ad uno scatto da centometrista, approfittando del clamoroso errore di valutazione di Tosic, prima di un tocco tanto delicato quanto assassino. Come ciliegina sulla grande torta che sa di beffa, a fornire l'assist è stato Gavranovic, svizzero sì ma di origini croate rapidamente rintracciabili. Più che una partita, ad un certo punto è sembrata la conta dei nemici.

Entrambe le segnature sono state accompagnata da un'esultanza piuttosto esplicita, se non proprio di pubblica rivalsa: un movimento delle mani a mimare il simbolo dell'Aquila Albanese. Un chiarissimo riferimento politico, visto che l'avversaria era la Serbia. Apriti cielo. E se in campo gli umori si sono fatti quantomeno tendenti al livello di nervosismo, fuori si è arrivati al clima da Neverending War. La guerra infinita, culturale oltre a quella che si è combattuta sui campi di battaglia. Nel post-partita a prendere le difese del popolo serbo, schernito dalle esultanze di Xhaka e Shaqiri, ci ha pensato il capitano della spedizione Kolarov. Non solo ha tentato una sofferta indifferenza nei confronti del gesto, ma ha anche provato a rovesciarne l'ottica: "Saranno contenti i tifosi svizzeri di veder esultare i loro giocatori per l'Albania". Touché. Anche se la storia non si dimentica, e in qualche modo legittima il senso di rivalsa da parte dei kosovari nei confronti dei serbi.

A quel punto a prendere le difese dei compagni, che non hanno certamente mancato di rincarare la dose sui vari social network, ci si è messo Lichtsteiner. Il prossimo terzino dell'Arsenal ha giustificato così l'accaduto: "Ci stavano provocando da due-tre giorni (...) Non sono angeli", aggiungendo quindi la parte probabilmente più incisiva di tutta la dichiarazione. "Per molti genitori dei nostri compagni la guerra è stata durissima". Ecco, probabilmente nel rispetto di essa e della sua scia di dolore tutto ciò poteva essere evitato. E in tal senso è nostra premura sottolineare le parole dei due commissari tecnici, i più saggi nel muoversi dentro la situazione. "La politica deve rimanere fuori dai campi da calcio", ha sentenziato Vlado Petkovic. Ancora oltre è andato Krstajic. Il ct serbo ha preferito glissare totalmente sul tema: "Sono un uomo di sport e tale vorrei rimanere". Come dargli torto? Krstajic ha riservato parole meno soft alla video-assistenza. Approfondiremo anche la Neverending VAR.