Non è solo il Pallone d'Oro di Xavi, Iniesta e Sneijder

05.12.2018 11:00 di Dimitri Conti  articolo letto 49 volte
Non è solo il Pallone d'Oro di Xavi, Iniesta e Sneijder

L'avevamo lasciato semplicemente, si fa per dire, El Diec e lo ritroviamo Pallone d'Oro. Ma d'altronde Luka Modric è così: ti distrai un attimo e finisce con il conquistare il mondo. Ha la scorza di quelle duro diamante, e come tale brilla. Nasce e cresce a Zara, perla dell'Adriatico, ma in realtà lì ci andrà solamente per rifugiarsi dalle bombe: il suo reale paese natale risponde al nome di Zaton, nei pressi di Obrovacki. Lì trascorrono i suoi primissimi anni di vita, durante i quali è costretto sin da subito a fare i conti con la guerra, distruttrice di tutto ciò di meglio, oltre che inevitabile pars destruens del peggio, che la Jugoslavia ha potuto offrire. Vede morire suo nonno di fronte ai suoi occhi, ucciso dai soldati nazionalisti dell'esercito federale jugoslavo, prima di fuggire. Oggi conosciamo il calciatore di successo, ma nessuno deve dimenticarsi entro quali percorsi questo sia dovuto passare. La vittoria del Pallone d'Oro non è altro che la conclusione di una serie di conquiste individuali che Modric ha dovuto sudarsi giorno dopo giorno, più o meno da quando è nato ad oggi.

Un trionfo che chiude un 2018 da leggenda sul campo, visto che Modric è anche il primo calciatore ad aggiudicarsi tutti i maggiori premi individuali che i vari enti assegnano nel corso dell'anno solare compreso tra l'altro il miglior giocatore del Mondiale e il FIFA Best Player, ma decisamente da dimenticare sul piano personale. Il coinvolgimento del suo trasferimento dalla Dinamo Zagabria al Tottenham come elemento chiave nel processo Mamic, e la sua successiva citazione in tribunale per falsa testimonianza, dopo aver cambiato versione sui fatti a processo in corso, ne hanno fortemente minato la credibilità in patria, prima che lo storico argento conquistato dalla Croazia da lui capitanata al Mondiale di Russia 2018 acquietasse un po' le acque dal punto di vista del rapporto con i suoi connazionali.

È come se - potenza della narrazione - tutt'ad un tratto il Dio del calcio, seguito poi a strettissimo giro di ruota dalle ben più concrete istituzioni che lo rappresentano, avesse deciso di ricompensare dieci anni di monotono gioco bicolore facendo coincidere una serie di fattori che potessero premiare qualcun altro diverso dal solito implacabile realizzatore o dall'imprendibile fenomeno dalle fattezze divine. Qualcuno che incarni la classe e l'umiltà allo stesso tempo, che trascini con il pensiero oltre che gonfiando quella rete. Che faccia contrarre gli spettatori dal piacere nell'assistere alle sue giocate. Non è un caso che il croato, nelle tante dichiarazioni successive alla vittoria del Pallone d'Oro, abbia tirato in mezzo tre nomi in particolare: Xavi, Iniesta e Sneijder. Loro tre sono la rappresentazione perfetta di chi, come successo quest'anno invece per lui, avrebbe meritato di vincere ma non ha potuto, forse anche perché vittima del sacro duopolio. Dieci anni dopo, l'incantesimo si è spezzato. A farlo ci ha pensato un minuto gigante, che ha cominciato scansando le bombe dell'esercito jugoslavo ed ha finito per sollevare trofei in serie, passando dall'evitare gli ordigni agli avversari. Nel voler ricordare la sua normalità al cospetto di certi mostri, non ha fatto altro che confermare la sua levatura di rango superiore. Il 2018 sarà ricordato come l'anno di Luka Modric.