MarioMania

30.06.2017 09:00 di Dimitri Conti  articolo letto 22 volte
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
MarioMania

 La MarioMania è divampata sulla sponda bianconera di Torino: si tratta della fissa calcistico-culturale per Mandžukic, e tutto ciò che rappresenta. Cronaca di un contagio.

«No good» è il grido di battaglia con il quale Mario Mandžukic si è conquistato la Juventus, ed in particolare la sua platea social. L'attaccante croato, arrivato a Torino nell'estate del 2015, portava con sé in dote il ricordo, seppur già attenuato dal tempo, di quei quarti di finale di Champions, quando ancora sulla panchina bianconera sedeva Conte. La Juventus fu eliminata dal Bayern perdendo 2-0 sia in Baviera che allo Stadium: fu uno dei grandi protagonisti, andando pure a segno nella gara di ritorno, di quelle due partite, più in generale della trionfale cavalcata degli uomini di Heynckes, autore di un triplete lasciato come scomodissima eredità ad un certo Pep Guardiola, che di lì a poco gli sarebbe subentrato. Quindi, chiuso da Lewandowski, l'annata a Madrid sotto la guida del Cholo Simeone. Se nel Bayern l'elemento di generosità era già insito in Mandžukic, sotto la guida di un condottiero come l'argentino prende una forma ben precisa. Il Cholismo in fondo ha leggi ferree, e una di queste prevede il riciclo di energie nervose tra tecnico e giocatori, in un turbinio che va crescendo. Il vero idillio tattico però lo trova con Max Allegri. La Juventus lo acquista per una cifra considerevole - 19 milioni - e a Torino, specialmente dopo il gol alla Lazio nel debutto in Supercoppa, sono certi: è arrivato un centravanti famelico. Si sbaglieranno, per fortuna.

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In realtà l'adattamento non è dei più facili. Tévez è salpato altrove portando con sé il suo bottino di gol, e Higuaín, nelle menti di tutti, è ancora ben lontano da Torino, e veste la maglia del Napoli. Dybala è appena arrivato dal Palermo: tante speranze, ma la certezza si chiama Mandžukic. Le reti, però, non arrivano nella quantità sperata: la prima in A arriva soltanto alla nona, contro l'Atalanta. In graduale aumento, con però un infortunio nel mezzo, le prestazioni crescono grazie anche allo speciale feeling con il tecnico livornese, che anche nei momenti più duri lo difende. «La cosa più importante per me è che mi abbia voluto qui. [...] Ci è voluto un po' all'inizio per conoscerci, ma poi abbiamo costruito un rapporto speciale. È davvero una grande persona», dirà il croato a fine stagione a proposito di Allegri. La fiducia aumenta, e le prestazioni di Mandžukic ne risentono in positivo: corre su tutti i palloni, è l'anima della Juventus che vince l'ennesimo campionato anche grazie a qualche sua rete nel finale di stagione. Poi Higuaín arriva davvero, e chiunque si aspetta una pronta permanenza in panchina. Si sbagliano. Dopo qualche mese di tentativi di vario genere e la sconfitta di Firenze, Allegri vara il 4-2-3-1, e Mandžukic è nell'inedita posizione di ala sinistra. La svolta tattica: la generosità aerobica e lo strapotere fisico sui terzini avversari del croato si rivelano una delle armi in più, e il numero 17 entra dritto nel cuore dei tifosi. Attorno a Mandžukic, anche grazie a qualche azzeccata mossa comunicativa sui social, si crea l'aria del duro, che non sorride mai e che, per la causa, è pronto a menar le mani. Un guerriero che, dove lo metti, sta, e che prova - e provoca - piacere nello scontro. Il picco massimo di esaltazione quando maltratta Messi nella débâcle barcellonista allo Juventus Stadium. «Sembra matto, ma non lo è. Da grande giocatore internazionale sa gestirsi». Così Massimiliano Allegri descriveva una sua rischiata espulsione. Non ditelo a quelli della Juve.

Illustrazione della copertina tratta dal lavoro del graphic designer Wiskie (Twitter: yulius_wisnu)