Vent'anni di Obilic, finto miracolo della tigre Arkan a colpi di pistola

25.05.2018 07:45 di Dimitri Conti  articolo letto 27 volte
Vent'anni di Obilic, finto miracolo della tigre Arkan a colpi di pistola

La stagione in Serbia è finita, e come da consuetudine l'hanno fatta da padrone le due principali squadre di Belgrado, che si sono divise i titoli: alla Stella Rossa il campionato, mentre il Partizan si è dovuto consolare con la coppa nazionale. Ma proprio quest'anno ricorre il ventennale dall'ultima vittoria della SuperLiga che non sia delle due suddette squadre, una storia che merita di essere raccontata: quella dell'Obilic. Una storia che però, per essere ripercorsa, necessita innanzitutto di un flashback di più di seicento anni.

IL MITO - Il popolo serbo è in guerra con l'impero ottomano, è il 15 giugno 1389. Siamo nell'attuale territorio kosovaro, a Kosovo Polje e serbi e ottomani si fronteggiano nella Piana dei Merli: le cose per l'esercito serbo si mettono male, tanto da portare ad una disfatta che avrà conseguenze di notevole impatto sulla storia della Serbia e sull'influenza turca presente in essa. Nella notte però un giovane temerario, Milos Obilic, riesce a far irruzione nell'accampamento ottomano e ad uccidere il sultano Murad, pagando poi con la vita il valoroso gesto. Diventerà un eroe nazionale ed un simbolo, tanto che nel 1924 viene fondato un club a lui intitolato. Il Fudbalski Klub Obilic. Che per la verità non avrà gioie sportive da ricordare. Finché non avrà incontrato la Tigre.

RIVINCITA - La Tigre è Zeljko Raznatovic, più conosciuto con il nomignolo di Arkan. Un generale nato in Slovenia ma di etnia serba balzato tristemente agli onori delle cronache per le imprese dei suoi guerriglieri durante le guerre che hanno scisso la Jugoslavia. Le sue armate irregolari avevano al loro interno numerosi membri della curva della Stella Rossa, i Delije, autori di efferati crimini di guerra. E una volta concluse le ostilità, e arricchitosi in seguito - ma anche grazie - ad esse, Raznatovic pensò bene di buttarsi nel mondo del calcio, tentando l'ascesa nella "sua" Stella Rossa. Che però respinse le sue avances al mittente, grazie anche all'influente figura di Dragan Dzajic, leggenda del club e del calcio jugoslavo, nonché fermo oppositore di Arkan. Il quale dovette dunque accontentarsi di rilevare l'Obilic, al tempo in seconda divisione, nel '96.

IL "MIRACOLO" - Al primo anno arriva subito la promozione, e già le squadre della seconda serie serba hanno modo di assaggiare sulla loro pelle i metodi guerrafondai della squadra diretta da Arkan, il quale era spesso presente in prima persona con i suoi sgherri nel minacciare le squadre avversarie. Un motivetto che si ripeterà anche nella stagione successiva, nel massimo campionato. Il Partizan si è aggiudicato le ultime due edizioni, ma c'è un'agguerrita Stella Rossa, che a centrocampo sfoggia il talento di un giovanissimo Dejan Stankovic, come favorita ai nastri di partenza. Il campionato però assume ben presto toni grotteschi: l'Obilic si aggiudica gran parte degli incontri senza neanche dover faticare troppo, date le minacce - con tanto di pistole - perpetrate nel pre-partita dai dirigenti, se così si potevano chiamare. L'ultima squadra a mollare fu proprio la Stella Rossa, che però concluse il campionato con 2 punti di ritardo. Fu una vittoria più unica che rara, che regalerà aneddoti per gli anni a venire: uno dei tanti vede i giocatori della Stella Rossa rimanere in campo nell'intervallo per timore dei gas inebrianti che gli avversari avrebbero potuto spruzzare all'interno degli spogliatoi. Ma era un miracolo finto, destinato a svanire presto: nel 1999 Raznatovic sarà condannato per i crimini di guerra e nel gennaio dell'anno seguente perderà la vita in un agguato. La squadra continuò per un po' ad essere diretta dalla moglie, ma presto entrò in una crisi senza fine. Oggi naviga nelle serie inferiori serbe e l'ultima partita disputata in SuperLiga risale al 2006. C'è una strana sensazione nel pensare che solo otto anni prima era la squadra sul tetto di Serbia.